Oggi, Venerdì, 22 Nov 2019
Mappa del sito:     Home Contenzioso Sentenza n. 6501 del 31/03/2015 - Presunzione di residenza effettiva del contribuente: priorità alla sede dell’attività.
Sentenza n. 6501 del 31/03/2015 - Presunzione di residenza effettiva del contribuente: priorità alla sede dell’attività. PDF Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Ingrosso   
Venerdì 10 Aprile 2015 06:45

Presunzione di residenza effettiva del contribuente: priorità alla sede dell’attività.

La sentenza n. 6501 del 31/03/2015 della Corte di Cassazione definisce un taglio nuovo alle presunzioni sulla residenza effettiva ai sensi dell’articolo 2 del TUIR.

Fino ad oggi varie erano le circostanze che la giurisprudenza aveva ritenuto di considerare per stabilire se il contribuente, ad onta delle risultanze formali, fosse o meno residente in Italia: il centro di interessi economico, le relazioni familiari, l’acquisto di immobili, la dimora in certi periodi dell’anno, ecc.

Conformemente però a quanto stabilito dalla Corte di Giustizia l’elemento più valorizzato è stato quello delle relazioni affettive e dei rapporti familiari. Come giustamente ha osservato il Sole 24 ore del 3 aprile scorso, c’è in questo senso un filone consolidato di sentenze della Cassazione (n. 14434 del 2010 e n. 29576 del 2011, per arrivare  alla recente Sentenza n. 678 del 16 gennaio 2015).

Anche la Corte UE, come detto, sposa questa tesi. Si vede in particolare la sentenza 12 luglio 2001 in causa C-262/99, Louloudakis, che testualmente recita: “osì, l’art. 7, n. 1, della direttiva prevede la presa in considerazione sia dei legami professionali sia dei legami personali in un dato luogo e va interpretato nel senso che, qualora una valutazione globale dei legami professionali e personali non sia sufficiente ad individuare il centro permanente degli interessi di una persona, ai fini di tale individuazione va data preminenza ai legami personali”.

D’altro canto la normativa sovranazionale non lascia molta discrezionalità. L’articolo citato della direttiva del 1983 (e precisamente l’Articolo 7, rubricato: “Norme generali per la determinazione della residenza”) così dispone:  “Ai fini dell’applicazione della presente direttiva, si  intende  per «residenza normale» il luogo in cui una persona dimora abitualmente,  ossia durante almeno  185  giorni  all’anno,  a  motivo  di  legami  personali  e professionali oppure, nel caso di una persona senza legami professionali, a motivo  di  legami  personali  che  rivelano  l’esistenza  di  una  stretta correlazione tra la persona in questione e il luogo in cui abita.     Tuttavia, nel caso di una persona  i  cui  legami  professionali  siano risultati in un luogo diverso da quello dei suoi  legami  personali  e  che pertanto sia indotta  a  soggiornare  alternativamente  in  luoghi  diversi situati in due o più Stati membri, si presume che la residenza normale  sia quella del luogo dei legami  personali,  purché  tale  persona  vi  ritorni regolarmente”.

Con la sentenza del 31 marzo della Cassazione, invece, la prevalenza è attribuita al luogo in cui viene esercitata abitualmente la gestione degli interessi vitali del soggetto, con rilevanza fondamentale riservata alla «sede principale dell’attività», ossia al criterio del «centro di interesse economico». Anzi: “Le relazioni affettive e familiari – la cui centrale importanza è invocata dalla ricorrente Agenzia al fine della residenza fiscale – non hanno una rilevanza prioritaria ai fini probatori della residenza fiscale, venendo in rilievo solo unitamente ad altri probanti criteri – idoneamente presi in considerazione nel caso in esame- che univocamente attestino il luogo col quale il soggetto ha il più stretto collegamento”.

 

CORTE DI CASSAZIONE Sentenza 31 marzo 2015, n. 6501

Svolgimento del processo - L'Agenzia delle Entrate notificava al dott. G.K. cittadino elvetico, già cittadino italiano iscritto all'AIRE dal 1978, avviso di accertamento ai fini dell'Irpef per omessa dichiarazione dei redditi da lavoro autonomo anno 1999 (compensi quale amministratore unico U. srl), ai sensi dell’art. 2 comma 2 bis, del d.P.R. 917/1986 (TUIR). Contro l'atto impositivo l'intimato proponeva ricorso, che la CTP di Genova accoglieva, affermando che non era più possibile considerarlo cittadino italiano, ai sensi della norma citata. La sentenza veniva appellata dall'Agenzia delle entrate, che deduceva la legittimità dell'accertamento in quanto i cittadini italiani, seppure cancellati dall'anagrafe della popolazione residente, se trasferiti in Stati con regime fiscale privilegiato, si presumono residenti in Italia, salvo prova contraria che, secondo l'Ufficio, nella fattispecie, non era stata assolta. La CTR Liguria, con sentenza dep. il 10.3.2009, ha confermato la decisione di primo grado, ritenendo fornita la prova idonea a vincere la presunzione di cui all'art. 2, co. 2 bis, TUIR, posto che il dott. K. fin dal 1976 è cittadino elvetico, con passaporto svizzero; risiede in Svizzera e ivi svolge la propria attività di lavoro dipendente con contratto a tempo indeterminato che prevede un orario di otto ore giornaliere; ha in Italia solo un immobile locato ad uso archivio. Avverso la sentenza propone ricorso per cassazione l'Agenzia delle entrate affidato a due motivi. L'intimato non si costituisce. Motivi della decisione Col primo motivo l'Agenzia delle entrate censura la sentenza impugnata per violazione dell'art. 2 co. 2 bis DPR 917/86 in relazione 360 n. 3 cpc, ritenendo che la CTR non abbia idoneamente valutato la rilevanza dei legami affettivi e personali per il riconoscimento della residenza in Italia ai fini fiscali. Col secondo motivo la ricorrente deduce vizio di omessa motivazione della sentenza impugnata che non avrebbe tenuto in considerazione gli elementi di prova forniti dall'Agenzia, prendendo in considerazione solo le prove offerte dal contribuente. I due motivi, che possono essere esaminati congiuntamente, non sono fondati. I criteri per la determinazione della residenza fiscale delle persone fisiche sono dettati dall'articolo 2 del D.P.R. n. 917/1986 (TUIR), il quale stabilisce che ai fini delle imposte sui redditi si considerano residenti nello Stato le persone fisiche che per la maggior parte del periodo d'imposta si trovino in una delle seguenti condizioni (tra loro alternative): a) sono iscritte nelle anagrafi della popolazione residente; b) hanno la residenza o c) il domicilio nel territorio dello Stato ai sensi del codice civile. Il comma 2- bis dell'articolo 2 del TUIR (aggiunto dall'art. 10, co.1 L. 23 dicembre 1998, n. 448), dispone che "si considerano altresì residenti, salvo prova contraria, i cittadini italiani cancellati dalle anagrafi della popolazione residente ed emigrati in Stati o territori aventi un regime fiscale privilegiato, individuati con decreto del Ministro delle finanze.

Tale norma prevede una presunzione relativa di residenza per i cittadini italiani che trasferiscono la propria residenza o il proprio domicilio in Paesi a fiscalità privilegiata: al fine di essere esclusi dal novero dei soggetti residenti in Italia ricade su di essi l'onere di provare di risiedere effettivamente in quei Paesi o territori. In altri termini: avere la sede principale dell'attività, sicché il centro degli interessi vitali del soggetto va individuato dando prevalenza al luogo in cui la gestione di detti interessi viene esercitata abitualmente in modo riconoscibile dai terzi (Cass. 18 novembre 2011 n. 24246; Cass. 15 giugno 2010 n. 14434). Le relazioni affettive e familiari - la cui centrale importanza è invocata dalla ricorrente Agenzia al fine della residenza fiscale - non hanno una rilevanza prioritaria ai fini probatori della residenza fiscale, venendo in rilievo solo unitamente ad altri probanti criteri - idoneamente presi in considerazione nel caso in esame- che univocamente attestino il luogo col quale il soggetto ha il più stretto collegamento (Cass. n. 24246/2011 cit.; Cass. 1 novembre 2001 n. 13803). Nella fattispecie la CTR, come detto in narrativa, ha congruamente motivato, dando giusta prevalenza a elementi decisivi ed assorbenti ai fini di superare la presunzione di cui alla norma citata, per cui non è fondata la doglianza sul mancato esame della prova contraria offerta dall'Ufficio, risultandone l'allegazione ininfluente. Nulla sulle spese, non avendo l'intimato svolto attività difensiva.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

 

Ultimo aggiornamento Venerdì 10 Aprile 2015 06:50