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CORTE DI CASSAZIONE - SEZIONE LAVORO 11 gennaio 2013, n. 579 PDF Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Ingrosso   
Venerdì 26 Aprile 2013 05:43

altCORTE DI CASSAZIONE - SEZIONE LAVORO 11 gennaio 2013, n. 579 - Pres. De Renzis - Est. Maisano - P.M. Fucci (concl. conf.) - D.F.G. c. A. D'A. S.c.r.l. (Conferma, App. Catania 8 novembre 2008)

Alla libera iniziativa imprenditoriale è affidato l'eventuale cambiamento dell'organizzazione lavorativa, che implichi anche una riduzione della forza lavoro, al fine di ottenere il migliore risultato economico. Il motivo oggettivo di licenziamento determinato da ragioni inerenti all'attività produttiva deve essere valutato dal datore di lavoro, senza che il giudice possa sindacare la scelta dei criteri di gestione dell'impresa, poiché tale scelta è espressione della libertà di iniziativa economica tutelata dall'art. 41 Cost. Al giudice spetta invece il controllo della reale sussistenza del motivo addotto dall'imprenditore, attraverso un apprezzamento delle prove che è incensurabile in sede di legittimità se effettuato con motivazione coerente e completa come nel caso in esame (*). I Svolgimento del processo. - Con ricorso depositato in data 19 dicembre 2008, D.F.M.C., premesso di essere stata assunta alle dipendenze della S.r.l. A. il 1° gennaio 2005 con la qualifica di quadro di cui al contratto collettivo per gli studi professionali, deduceva di avere ricevuto in data 15 giugno 2008 una lettera di licenziamento per giustificato motivo oggettivo riconducibile alla contrazione delle attività economiche della società che rendeva necessaria una riduzione dei costi di gestione. Chiedeva, quindi, la declaratoria dell'intimato licenziamento con riferimento alla tutela ed obbligatoria nonché la condanna della società al pagamento delle differenze retributive per indennità di funzioni, straordinario, mensilità aggiuntive per l'anno 2008 e t.f.r. Dopo l'instaurazione del contraddittorio e dopo che la ricorrente aveva dichiarato di rinunciare a tutte le differenze retributive, il giudice del lavoro del Tribunale di Palermo, ritenuto sussistente il dedotto giustificato motivo, rigettava la domanda di impugnativa del licenziamento. A seguito del gravame della D.F., ricostituitosi il contraddittorio la Corte d'appello di Palermo con sentenza del 25 maggio 2010 confermava l'impugnata sentenza. Nel pervenire a tale conclusione il giudice d'appello osservava che dalla documentazione in atti era emerso che la società di piccole dimensioni aveva attraversato un periodo di difficoltà economica per cui si era deciso, in una ottica di razionalizzazione delle spese, di sopprimere l'unico posto di lavoro, quello di biologa, con una professionista esterna, realizzando in tal modo una economia di gestione. Dichiarava, inoltre, la Corte territoriale infondato il motivo di gravame con il quale era stata denunziata la carenza di motivazione in ordine alla richiesta di soccombenza virtuale e conseguente condanna alle spese, in quanto avendo la ricorrente rinunziato nel corso del giudizio alle richiesta di differenze retributive, la eventuale configurabilità dei presupposti per una declaratoria di cessazione della materia del contendere comportava l'applicabilità del principio della soccombenza virtuale su un capo della domanda, che non escludeva il potere del giudice di compensare integralmente le spese del giudizio in ragione di una reciproca soccombenza. Avverso tale sentenza D.F.M.C. propone ricorso per cassazione, affidato a numerosi motivi. Resiste con controricorso la s.r.l. A. Ai sensi dell'art. 276 c.p.c., u.c., procede alla stesura della motivazione il Presidente dott. Guido Vidiri in luogo del dott. Giuseppe Bronzini. Motivi della decisione. - La D.F. sub n. 1) del suo ricorso (pagg. 7-11) lamenta in sintesi che il giudice d'appello, nell' interpretare i limiti del giustificato motivo oggettivo del licenziamento, ha male valutato le risultanze istruttorie e non ha tenuto conto che nel caso di specie non era avvenuta alcuna soppressione del settore lavorativo, del reparto o del posto cui essa ricorrente era adibita. Denunzia invece sub n. 2) (pagg. 11-13) la violazione della legge 15 luglio 1966, n. 604, art. 3 sul presupposto che la S.r.l. A. non ha fornito prova alcuna della sussistenza delle ragioni integranti gli estremi del motivo oggettivo del licenziamento e della impossibilità del repêchage, tramite l'impiego del dipendente licenziato nell'ambito della organizzazione aziendale. Ricalca sub n. 3) del ricorso (pagg. 13-24) in qualche misura il contenuto delle precedenti censure e deduce, ancora, un difetto di motivazione, addebitando alla sentenza impugnata di non avere considerato che l'attività produttiva dell'azienda era rimasta invariata sia dal punto di vista tecnico sia dal punto di vista organizzativo, fondandosi così erroneamente sulla «presunta perdita del profitto e quindi di redditività dell'impresa», senza però nulla dire «circa le ragioni che hanno portato la società al passivo del bilancio di esercizio per l'anno 2007». Rimarca infine la D.F. sub n. 5) del ricorso (pagg. 24-29) un vizio di motivazione in ordine al mancato assolvimento dell'onere della prova circa l'impossibilità della impresa di salvare il posti di lavoro di essa ricorrente ed, a tale riguardo, critica l'assunto della impugnata sentenza secondo cui non sussisteva alcun diritto ad essere preferita nella instaurazione del diverso rapporto di natura autonoma, che si era iniziato invece con una professionista esterna, la dottoressa C.F. I numerosi motivi di ricorso, da esaminarsi congiuntamente per la loro stretta connessione logico-giuridica, vanno rigettati perché privi di fondamento. In una fattispecie aventi profili in qualche misura assimilabili a quella in esame per avere i giudici di legittimità riconosciuto il potere imprenditoriale di razionalizzare l'attività aziendale, e reputato legittimo il licenziamento intimato ad una biologa addetta al laboratorio di analisi, le cui attività si erano poi concentrate con l'aggiunta di altre mansioni in quelle di altro dipendente - questa Corte di cassazione ha statuito che il licenziamento per giustificato motivo oggettivo determinato da ragioni inerenti all'attività produttiva è scelta riservata all'imprenditore, quale responsabile della corretta gestione dell'azienda anche dal punto di vista economico ed organizzativo, sicché essa, quando sia effettiva e non simulata o pretestuosa, non è sindacabile dal giudice quanto ai profili della sua congruità ed opportunità (cfr. al riguardo: Cass. 22 agosto 2007 n. 17887). E nella stessa ottica si è più volte ribadito nella giurisprudenza di legittimità che nella nozione di giustificato motivo oggettivo di licenziamento deve ricondursi anche l'ipotesi del riassetto organizzativo dell'azienda attuato al fine di una più economica gestione di essa, deciso dall'imprenditore non semplicemente per un incremento del profitto, ma per far fronte a sfavorevoli situazioni, non meramente contingenti, influenti in modo decisivo sulla normale attività produttiva, tanto da imporre un'effettiva necessità di riduzione dei costi. Motivo questo rimesso alla valutazione del datore di lavoro, senza che il giudice possa sindacare la scelta dei criteri di gestione dell'impresa, atteso che tale scelta è espressione della libertà di iniziativa economica tutelata dall'art. 41 Cost., mentre al giudice spetta il controllo della reale sussistenza del motivo addotto dall'imprenditore, con la conseguenza che non è sindacabile nei suoi profili di congruità ed opportunità la scelta imprenditoriale che abbia comportato la soppressione del settore lavorativo o del reparto o del posto cui era addetto il lavoratore licenziato, sempre che risulti l'effettività e la non pretestuosità del riassetto organizzativo operato (cfr. in tali sensi: Cass. 2 ottobre 2006 n. 21282, che ha ribadito come non sia sindacabile la scelta imprenditoriale che abbia comportato la soppressione del settore lavorativo o del reparto o del posto cui era addetto il lavoratore licenziato; cui adde, in tempi più recenti, ex plurimis: Cass. 25 marzo 2011 n. 7006, ed infine, Cass. 26 agosto 2011 n. 19616, che precisa come la suddetta soppressione non possa essere meramente strumentale ad un incremento di profitto, ma debba essere diretta a fronteggiare situazioni sfavorevoli non contingenti; e debba essere collegata ad effettive ragioni di carattere produttivo-organizzativo). Orbene, nel caso in esame è rimasto accertato che la società, di piccole dimensioni, aveva attraversato una contrazione economica essendosi il bilancio del 2007 chiuso con una perdita pari ad euro 22.959,00. Situazione questa aggravatasi poi per la intervenuta riduzione del budget riconosciuto dall'Azienda Sanitaria di Palermo n. 6 per le prestazioni sanitarie in regime di convenzione. Preso atto di tali risultati negativi, l'assemblea della società aveva deciso di adottare provvedimenti di riduzione delle spese, sopprimendo tra l'altro l'unico posto di lavoro occupato dalla D.F., ed assegnando, come si è ricordato, le mansioni professionali di direzione sanitaria e quelle di analisi di laboratorio ad una biologa, professionista esterna, le cui prestazioni venivano retribuite dietro presentazione di fatture, realizzandosi in tal modo una economia gestionale pari a 30mila euro annuali. Alla stregua di quanto sinora detto - e considerato ancora che il giudice d'appello ha accertato che la D.F. per essere l'unica biologa della società non poteva essere adibita a diverse mansioni e ritenuto ancora che non era configurabile alcun suo diritto di preferenza nella instaurazione di un diverso rapporto di lavoro di natura autonoma - non può che concludersi che la decisione del Giudice d'appello, per avere fatto corretta applicazione dei principi giurisprudenziali sopra enunciati e per essere supportata da una motivazione congrua e priva di salti logici, si sottrae ad ogni censura in questa sede di legittimità. (Omissis) Per concludere, il ricorso va integralmente rigettato e la impugnata sentenza confermata. Le spese del presente giudizio di legittimità seguono la soccombenza e vengono liquidate come in dispositivo. condannava la società a reintegrare il lavoratore nelle mansioni svolte o in mansioni equivalenti e a pagargli a titolo risarcitorio, euro 4.429,42, al mese, dal giorno del licenziamento a quello della effettiva reintegra, detratto l'aliunde perceptum, come risultante dalle dichiarazioni dei redditi, oltre rivalutazione e interessi. Accertava che a far tempo dal marzo 2003, fino al licenziamento, il C. era stato dequalificato e, di conseguenza, condannava la società a pagare, a titolo di danno non patrimoniale, una somma pari al 10 per cento delle retribuzioni mensili per ogni mese di dequalificazione. Confermava nel resto la sentenza impugnata. 2. - Il C. aveva adito il Tribunale chiedendo che fosse accertata l'illegittimità del licenziamento e della dequalificazione dal 1° aprile 2002, con la condanna della società a reintegrarlo e a pagare il risarcimento danni, ai sensi dell'art. 18 della legge n. 300 del 1970 e per la dequalificazione, il danno alla professionalità, all'immagine, il danno biologico, nonché al pagamento dei compensi variabili, anche in via risarcitoria. 3. - Per la cassazione della Sentenza d'appello ricorre la società D.S. S.r.l., prospettando tre motivi di ricorso. 4. - Resiste con controricorso C.G. Motivi della decisione. - 1. Con il primo motivo di ricorso è dedotta insufficiente e contraddittoria motivazione circa punti decisivi della controversia. Ed infatti, la Corte d'appello pur ritenendo che la società avesse adottato opportune iniziative per far fronte alla crisi finanziaria, attuando dall'inizio del 2003 una ristrutturazione volta alla riduzione dei costi, riteneva non provata la sussistenza di giustificalo motivo oggettivo quale ragione del licenziamento del C., in quanto le funzioni commerciali erano state sottratte progressivamente al C., almeno da quando era stato distaccato presso altra società, e dopo il suo licenziamento in data 4 ottobre 2004, erano state svolte da altri lavoratori (L. Co.) oltre all'AD R., V, e A., come indicato nella lettera di licenziamento. Assume la ricorrente che costituisce causa legittima di licenziamento, per giustificalo motivo oggettivo, la soppressione delle mansioni cui il lavoratore è addetto o anche la diversa ripartizione ed attribuzione delle stesse in base a scelte del datore di lavoro. Nella specie i lavoratori che venivano addetti a tali mansioni erano già tutti inseriti nella struttura organizzativa della società al momento del licenziamento, mentre il C. era stato sempre addetto a mansioni diverse. 2. Con il secondo motivo di ricorso e dedotta insufficiente e contraddittoria motivazione circa punti decisivi della controversia. Erroneamente la Corte d'appello avrebbe ritenuto che essa società non aveva assolto all'obbligo di verificare la sussistenza di una posizione di lavoro analoga a quella soppressa a cui assegnare il lavoratore, provando altresì di non avere assunto per un congruo periodo di tempo dipendenti nella stessa qualifica di funzionario commerciale ricoperta dal ricorrente. Quanto poi alle assunzioni successive al licenziamento del C., che venivano smentite dal teste A., la ricorrente, ponendo in luce vizio di motivazione in merito, osservava che: N.F. non era stato dipendente della D.S. S.r.l., ma della D.S. S.p.A. come confermalo dal teste E.Q.; C.C. svolgeva un'attività del tutto diversa e inferiore a quella di funzionario commerciale svolta dal ricorrente consistente nella preparazione degli elenchi dei nominativi per la attività di telemarketing, effettuazione del piano di telemarketing, realizzazione dell'attività stessa, come confermato dal teste E.Q.; le deduzioni del C. circa altre posizioni (N. e Co.), effettuate all'udienza del 25 maggio 2005, costituivano elementi fattuali tardivamente dedotti per la prima volta in sede di interrogatorio libero, in violazione degli artt. 414 e 420 c.p.c.; N. non era stato dipendente della società come affermato dal teste Q. mentre era inattendibile la testimonianza di A.S. essendosi la stessa limitata a riferire voci conosciute de relato; il C. non svolgeva le funzioni svolte dal C. occupandosi di gestione delle risorse umane come riferito dal teste Q. Erroneamente, poi, la Corte d'appello riteneva che era onere della società provare la possibilità di reimpiego anche in mansioni inferiori rientranti nel bagaglio professionale del lavoratore, essendo a ciò tenuto solo per le mansioni equivalenti. La ricorrente censurava la statuizione con la quale il giudice d'appello affermava che altri due funzionari, non dipendenti, con costi e responsabilità minori, continuavano a svolgere funzioni commerciali, in quanto nel caso di licenziamento dovuto ad una riorganizzazione aziendale, una volta accertata la non pretestuosità della stessa, non è consentita alcuna indagine sul merito e sull'opportunità delle scelte imprenditoriali. Irrilevante era infine il dato, valorizzato in sentenza, per cui dopo il licenziamento sarebbero stati assunti circa 30 tecnici, non essendo nuove assunzioni, in linea di principio incompatibili con il licenziamento. 2.1. I primi due motivi di ricorso devono essere trattati congiuntamente, in ragione della loro connessione. Gli stessi non sono fondati e devono essere rigettati. 2.2. Secondo l'indirizzo costante di questa Suprema Corte, nella nozione di giustificato motivo aggettivo di licenziamento è riconducibile anche l'ipotesi del riassetto organizzativo dell'azienda attuato al fine di una più economica gestione di essa e deciso dall'imprenditore non semplicemente per un incremento del profitto, ma per far fronte a sfavorevoli situazioni, non meramente contingenti, influenti in modo decisivo sulla normale attività produttiva, imponendo una effettiva necessità di riduzione dei costi. Tale principio consolidato (che non può che essere riaffermato anche nelle ipotesi di «esternalizzazione» o « terziarizzazione» di compiti o servizi, così come in quelle di «ridistribuzione» delle mansioni) va, poi, coordinato con il principio, parimenti costantemente affermato, secondo cui «il motivo oggettivo di licenziamento determinato da ragioni inerenti all'attività produttiva, nel cui ambito rientra anche l'ipotesi di riassetto organizzativo attuato per la più economica gestione dell'impresa, è rimesso alla valutazione del datore di lavoro, senza che il giudice possa sindacare la scelta dei criteri di gestione dell'impresa, atteso che tale scelta è espressione della libertà di iniziativa economica tutelata dall'art. 41 Cost., mentre al giudice spetta il controllo della reale sussistenza del motivo addotto dall'imprenditore», con la conseguenza che «non è sindacabile nei suoi profili di congruità ed opportunità la scelta imprenditoriale che abbia comportato la soppressione del settore lavorativo o del reparto o del posto cui era addetto il dipendente licenziato, sempre che risulti l'effettività e la non pretestuosità del riassetto organizzativo operato, né essendo necessario, ai fini della configurabilità del giustificato motivo, che vengano soppresse tutte le mansioni in precedenza attribuite al lavoratore licenziato, ben potendo le stesse essere solo diversamente ripartite ed attribuite». In definitiva, quindi, la insindacabilità del merito della scelta imprenditoriale non è di ostacolo alla verifica in concreto da parte del giudice della effettività della scelta operata dall'imprenditore, della non pretestuosità della stessa e della non mera strumentalità della medesima soltanto ad un incremento del profitto. In altre parole, ed in sostanza, il giudice deve pur sempre riscontrare nel concreto, seppure senza ingerenza alcuna nelle valutazioni di congruità e di opportunità economicogestionale, quella «inerenza» della scelta imprenditoriale e delle «ragioni» del conseguente licenziamento, «all'attività produttiva, all'organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa», richiesta dalla legge n. 604 del 1966. art. 3. In tale quadro è stato, pertanto, ulteriormente precisato che «il licenziamento individuale per giustificato motivo oggettivo, della legge 15 luglio 1966, ex art. 3, è determinato non da un generico ridimensionamento dell'attività imprenditoriale, ma dalla necessità di procedere alla soppressione del posto o del reparto cui è addetto il singolo lavoratore, soppressione che non può essere meramente strumentale ad un incremento di profitto, ma deve essere diretta a fronteggiare situazioni sfavorevoli non contingenti: il lavoratore ha quindi il diritto a che il datore di lavoro (su cui incombe il relativo onere) dimostri la concreta riferibilità del licenziamento individuale a iniziative collegale ad effettive ragioni di carattere produttivo-organizzativo e non ad un mero incremento di profitti e che dimostri, inoltre, la impossibilità di utilizzare il lavoratore stesso in altre mansioni equivalenti a quelle esercitale prima della ristrutturazione aziendale» (v., Cass. n. 21282 del 2006). In ogni caso, se il motivo consiste nella generica esigenza di riduzione di personale omogeneo e fungibile. - in relazione al quale non sono utilizzabili né il normale criterio della posizione lavorativa da sopprimere, né il criterio dalla impossibilità di repêchage - il datore di lavoro deve pur sempre improntare l'individuazione del soggetto (o dei soggetti) da licenziare ai principi di correttezza e buona fede, cui deve essere informato, ai sensi dell'art. 1175 c.c. ogni comportamento delle parti del rapporto obbligatorio e, quindi, anche il recesso di una di esse (Cass. n. 7046 del 2011). 2.3. Orbene la Corte d'Appello ha fatto corretta applicazione dei richiamati principi, nel ritenere non sussistente il giustificato motivo oggettivo, laddove alla luce delle risultanze istruttorie, ha rilevato che le funzioni commerciali del C. erano state progressivamente sottratte allo stesso e affidate ad altri lavoratori dopo il suo licenziamento, circostanze contrastanti con le condizioni richieste dalla giurisprudenza di legittimità per procedere al licenziamento, quali l'assenza di pretestuosità e, nella specie, la verifica della possibilità di repêchage, tenuto conto, altresì, della continuità posta in evidenza dalla Corte d'Appello tra demansionamento e licenziamento con la progressiva assegnazione delle funzioni commerciali svolte dal C. ad altri lavoratori. (Omissis) 4. Il ricorso deve essere rigettato. 5. Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo. III Svolgimento del processo. - Con sentenza dell'8 novembre 2008 la Corte d'appello di Catania ha confermato la sentenza del Tribunale di Catania del 31 ottobre 2006 con la quale era stata rigettata la domanda di D.F.G. intesa ad ottenere la dichiarazione dell'illegittimità del licenziamento intimatole dalla A. D'A. Piccola Società Cooperativa a r.l. in data 23 gennaio 2003 e la condanna della medesima società al pagamento in suo favore delle differenze retributive. La Corte territoriale ha motivato tale decisione ritenendo superfluo il richiesto accertamento del numero dei dipendenti della società datrice di lavoro stante le dichiarazioni testimoniali assunte e desumibile anche dalle accertate modeste dimensioni della stessa azienda capace di assistere non più di dieci anziani; inoltre la stessa corte ha ritenuto infondate le censure relative al rigetto della domanda relativa alle differenze retributive sulla base delle testimonianze assunte attestanti l'orario di lavoro osservato dalla lavoratrice, e delle buste paga sottoscritte dalla medesima ricorrente; la stessa corte ha pure ritenuta corretta la decisione del giudice di primo grado relativa al rigetto dell'istanza di acquisizione di nuova prova documentale attinente l'inizio del rapporto, stante il divieto di cui all'art. 437 cod. proc. civ. La D.F.G. propone ricorso per cassazione avverso tale sentenza affidato a tre motivi. La A. D'A. resta intimata. Motivi della decisione. - Con il primo motivo si lamenta violazione dell'art. 112 c.p.c. e falsa applicazione della legge n. 223 del 1991, violazione della legge 604 del 1966 e della legge n. 108 del 1990, con riferimento all'art. 360 nn. 3 e 5 c.p.c. In particolare si deduce che la corte territoriale avrebbe erroneamente ritenuto legittimo il licenziamento per riduzione del personale pur in presenza del medesimo numero di anziani da assistere e, quindi, senza alcuna riduzione dell'attività; inoltre la stessa Corte d'appello afferma che la ricorrente era stata sostituita dalla stessa legale rappresentante della società e dalla di lei figlia, a riprova che non vi era stata alcuna riduzione dell'attività; infine, trattandosi di società di capitali, il lavoro prestato dai soci, e quindi anche dalla legale rappresentante, configura lavoro di dipendenti a conferma che la ricorrente era stata comunque sostituita. Pertanto la Corte territoriale, affermando che la domanda della ricorrente era infondata in quanto fondata sulla violazione delle norme sui licenziamenti collettivi inapplicabile stante il limitato numero dei dipendenti, avrebbe comunque omesso di accertare l'illegittimità del licenziamento con riferimento all'art. 3 della legge 604 del 1966 applicabile alle imprese con meno di quindici dipendenti. Con il secondo motivo si assume falsa applicazione dell'art. 437 c.p.c. con riferimento all'art. 360 nn. 3 e 5 c.p.c. In particolare si censura l'affermazione relativa alla decorrenza del rapporto che non avrebbe tenuto conto delle deposizioni testimoniali attestanti l'attività svolta dalla ricorrente anche in epoca anteriore alla formale assunzione del 15 gennaio 2002. Con il terzo motivo si lamenta insufficienza o contraddittorietà di motivazione su punti decisivi della controversia e, in particolare, sullo svolgimento del lavoro straordinario. Il primo motivo è infondato. La ricorrente censura un accertamento di fatto compiuto dalla corte territoriale basato su considerazioni logiche oltre che su prove testimoniali attestanti il requisito dimensionale e la consistenza dell'attività, irrilevanti sono pure le considerazioni relative alla mancata riduzione dell'attività o sull'impiego di altra forza lavoro costituita da soci lavoratori, essendo evidentemente affidato alla libera iniziativa imprenditoriale l'eventuale cambiamento dell'organizzazione lavorativa, che implichi anche una riduzione della forza lavoro, al fine di ottenere il migliore risultato economico. Il motivo oggettivo di licenziamento determinato da ragioni inerenti all'attività produttiva deve essere valutato dal datore di lavoro, senza che il giudice possa sindacare la scelta dei criteri di gestione dell'impresa, poiché tale scelta è espressione della libertà di iniziativa economica tutelata dall'art. 41 Cost. Al giudice spetta invece il controllo della reale sussistenza del motivo addotto dall'imprenditore, attraverso un apprezzamento delle prove che è incensurabile in sede di legittimità se effettuato con motivazione coerente e completa come nel caso in esame. (Omissis)

Ultimo aggiornamento Martedì 28 Gennaio 2014 17:03