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Dimissioni per giusta causa: e se il datore di lavoro le contesta? PDF Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Ingrosso   
Martedì 13 Febbraio 2018 18:34

 

Se le condizioni di lavoro divengono tali da non consentire, nemmeno nel breve periodo, la prosecuzione della prestazione lavorativa, il lavoratore può rassegnare le dimissioni per giusta causa. Il dipendente non è tenuto ad esplicitare le motivazioni del recesso. Il datore di lavoro può però contestare la giusta causa e chiederne il disconoscimento al giudice. Solo qualora sia dichiarata giudizialmente, l’azienda sarà tenuta a corrispondere l'indennità sostitutiva del preavviso al lavoratore e il contributo per la disoccupazione all'INPS. Quando sussiste la giusta causa di dimissioni

 
Il lavoratore ha il diritto di recedere, senza obbligo di preavviso, dal rapporto di lavoro in caso di giusta causa, ovvero di un inadempimento del datore di lavoro grave al punto da non consentire la prosecuzione, neppure provvisoria, del rapporto. In tal caso il lavoratore ha diritto a percepire l'indennità sostitutiva del preavviso.
Le dimissioni per giusta causa, inoltre, comportando uno stato di disoccupazione involontaria, non escludono la corresponsione dell'indennità ordinaria di disoccupazione.

La disciplina del recesso del lavoratore, contenuta nel codice civile, prevede che:

- se il rapporto di lavoro è a tempo determinato, le dimissioni prima della scadenza del contratto non sono ammesse a meno che non si verifichi una giusta causa
- se il rapporto è a tempo indeterminato, le dimissioni sono legittime anche se non si forniscono specifiche motivazioni; l’unico limite da rispettare è dato dal periodo di preavviso stabilito dal contratto collettivo, salvo la ricorrenza di una giusta causa.

Valutazioni giurisprudenziali

La giurisprudenza ha individuato, tra le altre, le seguenti ipotesi configuranti giusta causa di dimissioni del dipendente:
- mancata corresponsione della retribuzione
- mancata regolarizzazione della posizione contributiva
- omesso versamento dei contributi previdenziali
- molestie sessuali e il mobbing
comportamento offensivo o ingiurioso del datore di lavoro o del superiore gerarchico
- variazioni notevoli "in peius" delle condizioni di lavoro a seguito di cessione dell'azienda. Fanno eccezione, in questo caso, le legittime ipotesi di demansionamento previste dal Jobs Act e l’inidoneità accertata dal medico competente a seguito di visita sanitaria ed adibizione a mansioni inferiori conseguenti, con la conservazione del trattamento economico
spostamento del lavoratore da una sede all'altra senza che sussistano le comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive
-inadempimento datoriale in materia di salute e sicurezza sul lavoro abbiano comportato seri pregiudizi allo stato di salute del prestatore.

Contributo di licenziamento

Nei casi di interruzione di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato per le causali che, indipendentemente dal requisito contributivo, darebbero diritto alla NASpI, è dovuta, a carico del datore di lavoro, una somma pari al 41% del massimale mensile di NASpI per ogni 12 mesi di anzianità aziendale negli ultimi tre anni.
I datori di lavoro devono versare la contribuzione in tutti i casi in cui la cessazione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato generi in capo al lavoratore il teorico diritto alla indennità NASpI, a prescindere poi dall'effettiva percezione della stessa, e dunque anche in caso di dimissioni per giusta causa.
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Procedura di dimissione

Anche le dimissioni integrano un atto unilaterale ricettizio e devono necessariamente essere rassegnate attraverso la compilazione del modello telematico, direttamente da parte dell’interessato o avvalendosi di uno dei c.d. “soggetti intermediari” (patronati, organizzazioni sindacali, enti bilaterali, funzionari dell’Ispettorato territoriale del Lavoro, commissioni di certificazioni, consulenti del lavoro). Nel modello telematico va inserita la motivazione “dimissioni per giusta causa”.
Va tenuto presente che le dimissioni per giusta causa non sono, per loro stessa natura, compatibili con un “differimento dell’effetto risolutivo”, ovvero con una eventuale disponibilità del lavoratore ad assicurare, in tutto o in parte, la propria prestazione durante il periodo di preavviso: tale circostanza, infatti, comporterebbe la riconduzione delle dimissioni rese alla fattispecie delle dimissioni volontarie, venendo a mancare il presupposto della “improseguibilità” delle prestazioni.
La stessa Suprema Corte (Cass., 23 maggio 1998, n. 5146) ha ritenuto sussistente la giusta causa pur in presenza del posticipo delle dimissioni, motivate dal rispetto dei principi di correttezza e buona fede, in considerazione della particolare posizione di responsabilità rivestita dal prestatore all’interno dell’organizzazione dell’impresa.

 

Diritti del lavoratore

Le dimissioni per giusta causa generano, in capo al lavoratore subordinato, i seguenti diritti:
indennità sostitutiva del preavviso direttamente rapportata al periodo previsto dalla contrattazione collettiva
- indennità di NASpI (che va richiesta, in via telematica, all’INPS, entro il termine di decadenza di 68 giorni decorrenti dalla cessazione del rapporto) in presenza dei presupposti dettati dalla legge (art. 3 del D.L.vo n. 22/2015) ovvero: stato di disoccupazione, almeno 13 settimane di contribuzione nei 4 anni antecedenti l’inizio del periodo di disoccupazione e 30 giorni di lavoro effettivo, a prescindere dal minimale contributivo, nei 12 mesi precedenti l’inizio del periodo di disoccupazione
- la possibilità di ottenere il risarcimento del danno che il lavoratore dimissionario per giusta causa potrebbe avanzare nei confronti dell’azienda dimostrando che la propria volontà, seppur libera, è stata, coartata, da una serie di situazioni collegate al comportamento del datore di lavoro. 

Oneri in capo al datore di lavoro

Il datore di lavoro è tenuto a corrispondere:
- al lavoratore l’indennità sostitutiva del preavviso calcolata sulla base della retribuzione in atto al momento della cessazione del rapporto, comprensiva degli elementi che presentano una natura continuativa. 
- all’INPS, il contributo di ingresso alla NASpI, pari al 41% del massimale mensile di disoccupazione per ogni 12 mesi di anzianità aziendale. L’importo è proporzionato in base al numero dei mesi di durata del contratto (se il rapporto è cessato oltre il 15, si calcola il mese intero) e con un tetto massimo fissato in 3 anni di anzianità aziendale: esso prescinde dal fatto che il rapporto si sia svolto a tempo pieno o a tempo parziale.

Effetti della contestazione del datore di lavoro

Secondo quando indicato dalla giurisprudenza maggioritaria, in caso di dimissioni per giusta causa non si richiede l'immediatezza nello specificare le contestazioni contro il datore di lavoro. Di conseguenza l'omessa indicazione della giusta causa delle dimissioni del lavoratore nella dichiarazione di recesso, non la rende inidonea, pur comportando, in capo al giudice, il dovere di accertare l'esistenza della giusta causa.
Il datore di lavoro, qualora ritenga che non sussistano ragioni per una giusta causa di dimissioni del lavoratore, può procedere come segue:
- indicare comunque in UNILAV la motivazione “dimissioni per giusta causa” invocata dal lavoratore (tale indicazione, infatti, non è in alcun modo vincolante);
comunicare agli Enti competenti che a suo avviso esse debbano essere intese quali comuni dimissioni volontarie, affinché non eroghino prestazioni a sostegno del reddito.
Nel caso in cui il lavoratore ricorra in giudizio per accertare la giusta causa, il datore di lavoro potrà difendersi in tale sede con tutti i mezzi previsti dall'ordinamento e secondo la ripartizione dell'onere della prova previsto per le diverse fattispecie che si sono indicate.
Solo qualora il giudice dichiari la sussistenza della giusta causa di dimissioni, il datore di lavoro sarà tenuto a corrispondere l'indennità sostitutiva del preavviso al lavoratore e il contributo per la disoccupazione all'INPS, come previsto dalle norme indicate.
Ultimo aggiornamento Martedì 13 Febbraio 2018 18:38