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Rassegna stampa del 05/01/2018 PDF Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Ingrosso   
Venerdì 05 Gennaio 2018 08:25

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ATI e regimi agevolati: minimi e forfetari -L'accesso all'associazione temporanea di imprese non causa decadenza dal regime agevolato (minimi o forfettari) se l'associazione è di tipo verticale, ossia comporta l'autonoma responsabilità dei singoli associati nell'esecuzione dei lavori che si qualificano, quindi, come divisibili e scorporabili.

La ATI, associazione temporanea d'imprese, è un'aggregazione occasionale e appunto temporanea per lo svolgimento di un'opera specifica, che si scioglie o per la mancata realizzazione dell'opera o per la sua compiuta esecuzione. Tipicamente l'ATI nasce per aggiudicarsi un'opera che i soggetti singolarmente non riuscirebbero ad espletare, come per esempio nelle gare di appalto, senza tuttavia costituire una società ad hoc. I singoli mandatari devono conferire mandato alla “capogruppo” per presentare un'offerta unica e tali contratti devono essere registrati mediante scrittura privata autenticata o atto notarile; inoltre, per regolare i rapporti interni tra i mandatari e la mandante è opportuno redigere dei patti parasociali.

La ATI può essere di due tipologie:

- ATI orizzontale: si realizza quando il lavoro non è divisibile, scomponibile e le attività che svolgono i singoli soggetti sono omogenee, simili. In tal caso i soggetti sono solidalmente responsabili in quanto si configura una società di fatto, pertanto un autonomo soggetto;

- ATI verticale: si realizza quando il lavoro è divisibile, scorporabile, ciascun soggetto perciò sarà responsabile solo del lavoro da lui personalmente eseguito e non si concretizza alcun autonomo soggetto giuridico nuovo.

Può nascere un aspetto critico quando, per esempio, un artigiano nel regime di vantaggio (ex D.L. 98/2011) o nel regime dei forfetari (L. 190/2014) intende intraprendere la strada delle ATI, appunto per aggiudicarsi lavori che altrimenti non potrebbe singolarmente realizzare.

Si ricorda che causa di decadenza dal regime di vantaggio, nonché dal regime dei forfetari, è la partecipazione a società di persone o associazioni di cui all'art. 5 del Tuir, ossia società semplici, s.n.c., s.a.s., società di fatto, ecc.. ovvero a s.r.l in trasparenza.

Pertanto, il suddetto artigiano dovrà porre attenzione riguardo alla tipologia di ATI a cui parteciperà:

se ATI verticale, non configurandosi una società di fatto ed essendo i singoli soggetti responsabili e autonomi per il lavoro da loro svolto, non collide con il regime agevolato posseduto;

se ATI orizzontale, gli comporta l'uscita dal regime agevolato dall'esercizio successivo alla detenzione della partecipazione nell'ATI.

La circolare dell'Agenzia delle Entrate n. 13/E/2008 ha proprio trattato la questione, ossia il rapporto tra ATI (nella fattispecie trattata, un RTP tra professionisti) e regimi agevolati (nel caso di allora, il vecchio regime dei minimi ex art. 1, cc. 96-117 L. 244/2007). Nel caso in esame, il contribuente professionista (ma l'analogia si può applicare anche agli imprenditori) chiedeva se l'accesso al regime dei minimi fosse precluso, nel caso in cui il professionista avesse costituito

un raggruppamento temporaneo di professionisti. L'Agenzia ha risposto che causa dirimente stava nella seguente distinzione: le attività affidate al raggruppamento sono svolte dai singoli professionisti in modo autonomo e separato; le attività affidate non sono separabili o comunque son svolte in modo unitario avvalendosi di un'organizzazione comune.

Nel primo caso, il raggruppamento non costituisce un soggetto autonomo, perciò non è precluso l'accesso al regime; nel secondo caso invece il raggruppamento si configura come una società o associazione di fatto ai sensi dell'art. 5, che quindi impedisce l'accesso al regime.






Buoni pasto: scontrini fiscali, rimborsi e fatture - Il recupero d’imposta in caso di scontrini fiscali discordanti dalle annotazioni sugli acquisti con buoni pasto è illegittimo: nei registri dei commercianti al dettaglio (anche singoli punti vendita di una catena) deve figurare espressamente il valore all’incasso dei corrispettivi tramite l’accettazione di ticket di spesa usati per l’acquisto di merci (Cassazioneordinanza n. 347/2014)

L’Amministrazione finanziaria può legittimamente avviare accertamenti unificati (IRPEF, IRAP e IVA) anche a catene di supermercati, se in seguito a ispezione della Guardia di Finanza si rileva la mancata annotazione di fatture prodotte in seguito a rimborsi di altrettanti buoni pasto utilizzati dai clienti.

Non è sufficiente che gli scontrini riportino  le somme corrispondenti ai buoni (con la dicitura “pagamenti vari”): senza  fatture registrate, il contribuente commette ben oltre l’irregolarità formale dell’indicazione del numero di fatture emesse a fronte del rimborso ricevuto dalle imprese emittenti dei buoni: nel registro delle fatture emesse e dei corrispettivi deve essere annotato il controvalore dei buoni pasto.

Non riportando l’esatto valore in denaro dei buoni, si configura l’esistenza di incassi non documentati e non contabilizzati. La prova certa deriva dall’esame dei registri dei supermercati: deve essere comprovata la corrispondenza specifica sugli scontrini fiscali di chiusura giornaliera di cassa (pur assumendo che sul registro risultano incassi corrispondenti alle fatture, in corrispondenza del mese successivo a quello di accettazione come corrispettivo dei “buono pasto”).

 

Rimborsi IVA con accredito sul conto - Rimborsi IVA più veloci dal primo gennaio 2018: è direttamente l’Agenzia delle Entrate che effettua l’accredito sul conto corrente delle imprese, come stabilito dal dl 50/2017. In pratica, viene saltato il passaggio presso le tesorerie provinciali, con un risparmio di tempo di tre settimane. Il Fisco ha già approvato le specifiche tecniche per far funzionare il nuovo sistema di pagamento, comunicandolo ai contribuenti a partita IVA.

La novità procedurale rende quindi più agevole un adempimento che, nel 2017, ha interessato oltre 68mila tra imprese, artigiani e professionisti, che hanno ricevuto 12 miliardi di euro di rimborsi IVA (in aumento rispetto ai 10,7 miliardi del 2016).

L’Agenzia delle Entrate ricorda ai contribuenti che l’iscrizione all’apposito servizio online permette di ricevere via SMS la notifica dell’avvenuto rimborso.
Nel 2017 sono stati inviati circa 38mila alert, di cui 16mila nel solo mese di dicembre.

In generale, sono aumentati del 13% i rimborsi fiscali annui, con un trend in crescita che prosegue dal 2014 (anche grazie alla progressiva introduzione di innovazioni procedurali e tecnologiche). Pari a 16,2 miliardi l’entità dei rimborsi 2017. Le Regioni in cui sono state effettuate più operazioni sono Lombardia, Lazio, Emilia Romagna, Piemonte e Veneto.

Un’altra novità in materia di rimborsi IVA scatta dal prossimo primo febbraio 2018 per coloro che chiedono il rimborso annuale o infrannuale: viene indennizzata parte della spesa sostenuta per la garanzia. In pratica, viene restituito lo 0,15% dell’importo garantito per ogni anno di fideiussione. Lo prevede la legge europea 2017, che riguarda i rimborsi chiesti con la dichiarazione IVA annuale 2017, oppure i rimborsi infrannuali del primo trimestre 2018.

Fra i primi adempimenti 2018 per le partite IVA, sottolineiamo infine la scadenza di fine febbraio per correggere i dati relativi allo Spesometro inviati entro lo scorso 16 ottobre (vale anche per chi ha omesso la comunicazione dei dati delle fatture emesse e ricevute). Dal primo marzo, scattano le eventuali sanzioni.

 

Costi a utilizzazione pluriennale - costi a utilizzazione pluriennale hanno di solito carattere straordinario e un’utilità che non si esaurisce nell’esercizio in cui sono rilevati. Vanno imputati a conto economico ma iscritti nell’attivo dello Stato Patrimoniale, per capitalizzarli anche in esercizi successivi. La capitalizzazione di tali costi è infatti un obbligo, il mancato rispetto del quale costituisce una violazione del principio di competenza. Con il consenso del collegio sindacale possono essere capitalizzati i seguenti costi:

- di impianto e ampliamento;

- di ricerca e sviluppo;

- di pubblicità e propaganda.

I costi di impianto e ampliamento Sono oneri sostenuti in specifici momenti della vita dell’impresa come la fase preoperativa, di accrescimento e di allargamento dell’attività sociale. Comprendono le spese di costituzione della società, di modifica dello statuto (comprese fusioni, scissioni e trasformazioni), di avviamento degli impianti di produzione e di addestramento e qualificazione di personale e agenti. Sotto l’aspetto civilistico sono deducibili per la quota imputabile a ciascun esercizio e comunque entro cinque anni. Nel franchising può essere considerato un costo di impianto anche il diritto di entrata, riconosciuto dal franchisee al franchisor per esercitare un’attività di produzione, vendita o di servizi.

I costi di ricerca e sviluppo s ono solitamente rappresentati da studi, indagini e ricerche per l’impresa, i prodotti e i processi produttivi,  oppure dai costi di applicazione dei risultati della ricerca o di altre conoscenze possedute o acquisite. Vanno capitalizzati i costi sostenuti per salari e stipendi, materie prime e prodotti di consumo, consulenze e oneri accessori, oltre a quelli afferenti  la ricerca e sviluppo.

Affinché siano capitalizzabili, devono essere relativi a un processo produttivo o prodotto definito, di sicuro realizzo e in grado di generare ricavi. In base al principio della prudenza, la capitalizzazione di detti costi dovrà avvenire solo nel momento in cui il progetto si dimostri certamente realizzabile.

I costi relativi alla progettazione e programmazione di software applicativi prodotti per uso interno possono essere imputati a costo nel periodo in cui questi sono sostenuti mentre, se il software è utilizzato in più esercizi, vanno iscritti fra i costi di ricerca e sviluppo ovvero fra le altre immobilizzazioni immateriali. La realizzazione di un sito Internet può essere equiparato alla creazione di un software applicativo. I costi di ricerca e sviluppo vanno ammortizzati per un periodo non superiore a cinque anni.

Le spese di pubblicità e propaganda sono sostenute dall’impresa per diffondere il brand o i prodotti e, quindi, sostenere le vendite. Attenzione però, poiché sono costi di competenza del solo esercizio in cui vengono sostenuti, non vanno capitalizzati ma imputati a conto economico per l’intero ammontare. Se sono a cavallo di due esercizi vanno proporzionalmente ripartiti con la tecnica del risconto. In caso di costi pluriennali vanno iscritti nell’attivo dello Stato Patrimoniale e ammortizzati in base alla durata della loro utilità e, comunque, per un periodo non superiore a cinque anni.

C’è un sottile linea di demarcazione tra spese di pubblicità e di rappresentanza. Secondo la sentenza n. 9567 del 2007 della Cassazione sono spese di pubblicità o propaganda quelle sostenute per realizzare iniziative tendenti alla pubblicizzazione di marchi, prodotti o all’attività. Sono, invece, spese di rappresentanza quelle sostenute per accrescere il prestigio o l’immagine della società. In particolare sono di rappresentanza le spese sostenute per le quali l’impresa non si aspetta un ritorno commerciale mentre sono di pubblicità quelle sostenute per ottenere un incremento delle vendite.